La birra, come tutte le bevande alcoliche, è un prodotto soggetto ad alcune restrizioni in termini di consumo e vendita. Il motivo è chiaro: l’alcol è una sostanza potenzialmente nociva per il nostro organismo e il suo consumo (e soprattutto abuso) può avere ripercussioni negative sia a livello di salute per il singolo sia a livello sociale per la collettività.
Per questa ragione in ogni nazione esiste una disciplina che regola il rapporto con le bevande alcoliche, compresa la birra. L’impostazione delle diverse normative nazionali varia in base a molti fattori, che possono essere di tipo storico, sociale, religioso ed economico. A esclusione di quei Paesi che vietano totalmente la vendita e il consumo di birra - principalmente per motivi di ordine religioso - in genere il rapporto con la birra è consentito solo in situazioni in cui chi la beve o l’acquista può compiere una scelta matura e consapevole.
L’Italia è uno dei pochi Paesi al mondo in cui la vendita di bevande alcoliche ai minori non costituisce reato, purché questi abbiano compiuto almeno 16 anni. Più precisamente:
L’esercente è dunque tenuto a verificare l’età dell’acquirente, anche chiedendo di controllare un documento d’identità - non basta infatti domandare semplicemente l’età a voce fidandosi della risposta. Questo obbligo si estende anche ai distributori automatici, che devono richiedere la rilevazione dei dati anagrafici dell’utente (tramite strumenti ottici, ad esempio) o disporre di personale addetto a questa operazione.
Finora abbiamo parlato di vendita, ma ovviamente le stesse limitazioni si applicano anche alla somministrazione della birra. Per vendita, infatti, si considera quella finalizzata all’asporto, mentre la somministrazione prevede un consumo in loco, concomitante con l’acquisto (e dunque la vendita) del prodotto. La legge regola quanto avviene sia in supermercati, beershop, enoteche, alimentari ed esercizi analoghi, sia in bar, pub, birrerie, ristoranti e pizzerie.
La particolarità della legge italiana è di prevedere restrizioni solo nei confronti di chi vende o somministra bevande alcoliche. In altre parole chi acquista o consuma birra (o vino, liquori, distillati, ecc.) non è soggetto a limitazioni: non commette un reato, né un illecito amministrativo. Come accennato in precedenza, questo è quasi un unicum a livello internazionale, perché in altre nazioni, anche appartenenti all’Unione Europea e simili all’Italia per rapporto con le bevande alcoliche, le regole sono molto diverse.
Spesso l’acquisto è consentito solo al compimento di una certa età (16, 18, 20 o 21 anni in base al paese) e talvolta cambia in base al tipo di prodotto richiesto (alcolico, superalcolico, ecc.). In Italia esistono limitazioni nel consumo in determinate circostanze: ad esempio prima di mettersi alla guida o in concomitanza con lo svolgimento di particolari mansioni.
Nonostante in Italia non siano previsti divieti sul consumo di birra, per i minorenni è ovviamente fortemente sconsigliato consumarla: l’assunzione di alcol infatti può avere serie ripercussioni sull’organismo di individui ancora in crescita.
A questo punto può essere naturale chiedersi a che età si può bere birra analcolica. Appurato che anche in questo caso non esistono limitazioni sul consumo - se vale per la birra convenzionale, figuriamoci per quella priva di alcol - è parimenti sconsigliata berla se si è minorenni. In tutte le birre analcoliche, infatti, potrebbero essere presenti tracce di etanolo e la stessa definizione di birra alcohol-free può prevedere (come in Italia) un margine di tolleranza anche fino all’1,2% di grado alcolometrico, 0,5% è invece il limite europeo.
La legge non disciplina espressamente la vendita e la somministrazione di birra analcolica ai minorenni, ma un esercente dovrebbe comunque evitare di esporsi a simili pratiche: poiché il prodotto è pur sempre birra, la vendita potrebbe essere considerata una violazione, con l’onore di poter presentare le proprie obiezioni solo in sede processuale.
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